[Radici di Jacopo Nacci è il secondo racconto della raccolta Lo zelo e la guerra aperta, libro scritto a sei mani, dalla Cooperativa di narrazione popolare. Il primo racconto - Inadatto al volo di Ilaria Giannini - lo trovate su Milanoromatrani. Il terzo e ultimo sarà pubblicato venerdì, su Yattaran]
Radici
di Jacopo Nacci
Un aggancio è un aggancio è un aggancio è un aggancio, formuli, mentre porti tre taglieri di crostini misti. Porto, pensi, porto con il mio portamento. Perfetto, il mio portamento, consideri, mentre ti scorrono accanto le pareti del corridoio che traboccano dipinti: originali, pensi, e un aggancio è un aggancio è un aggancio è un aggancio. Per un lavoro in nero il primo, e per proprietà transitiva in nero tutti gli altri, un nero che si fa più denso a ogni aggancio, la retta del tempo che si torce fino a farsi cerchio, e il cerchio sempre più stretto. Il volume delle voci è sempre più alto: la porta della sala sta per ingoiarti. Entri. Ci sono dentro, pensi, ci sono dentro fino al collo di nuovo, e mentre lo pensi, e appoggi i taglieri con i crostini sul tavolo, ti affiora alle labbra un sorriso.
Non guardi Herman Panuzzi, quarantadue anni, PD, che come sempre ha lasciato la moglie a casa ma sfoggia la montatura blu neon dei suoi occhiali Dolce&Gabbana, le stanghette che scortano le striature canute delle sue tempie, la sua camicia a righine bianche e celesti, le spalle da cui discendono le maniche del golf rosso; Herman Panuzzi è assessore alla cultura, e rimane memorabile il suo pensamento di entrare con tutta la città nel guinness dei primati ordinando a un esercito di cuochi di preparare la pizza più lunga del mondo, e sbagliando di due metri e ventidue centimetri. Chissà se si ricorda di quando lo hai servito al Folk Medina la sera in cui la giunta, su invito del sindaco, si è esibita in una gara di rutti, e mentre appoggiavi sul tavolo nuove birre lui ti ha chiesto di girarti, e tu, candida e stanca, lo hai fatto, comprendendo troppo tardi che l’argomento dell’estemporaneo consiglio comunale era il tuo culo. Non lo guardi e pensi: ci sei sempre stato, Panuzzi, nei primati, e con primati intendo scimmie.
Non guardi Lorenzo Baldanti, trentacinque anni, presidente della provincia eletto nelle file del PD dopo un ventennale apprendistato nella Sezione di un quartiere a metà tra la periferia e il centro; chissà se si ricorda di quando giocava a calcio con tuo fratello, chissà se si ricorda di quando ci ha provato con te alla festa del liceo scientifico, in camicia celeste come stasera, rappresentante d’istituto ubriaco e con gli aiutanti al seguito, sorretto da quella certezza che gli leggevi negli occhi, la certezza di essere importante. In quel momento il gruppo sul palchetto suonava Love Her Madly dei Doors; tu adoravi i Doors, sapevi tutto dei Doors, ma non di quel ragazzo che stava nei pressi del palco e che continuavi a fissare oltre le spalle del tuo rappresentante d’istituto; di quel ragazzo sapevi solo che emanava potenza e profondità, almeno nel sogno in cui lo avevi sognato, che era stato un bel sogno.
Non guardi la moglie di Lorenzo Baldanti, della quale non ricordi il nome, ma che conosci dai tempi delle superiori, forse anche da prima, che ti conosce dai tempi delle superiori, forse anche da prima; che quando è entrata e ti ha incrociata mentre apparecchiavi ti ha salutata con un ciao, e ha sorriso, e che mentre tu già avevi caldo metteva il maglioncino blu al figlio, un biondino di sei o sette anni.
Non guardi Luana Pergoletti in Martinelli, esponente del PDL, moglie del proprietario del castello, e padrona di non si capisce quante attività. Chissà se si ricorda di quando inaugurò il negozio di cristalleria in centro e ti chiamarono per servire lo spumante e ti insegnarono quella formula che sorridente dovevi recitare a ogni persona cui porgevi il calice: Pergoletti Sogni di Cristalli è lieta di offrirvi lo spumante della Cantina Polidori di Tolacchio al Monte augurandovi un felice e soddisfacente momento. Chissà se si ricorda di quando ti ha chiamata a sé raccogliendo il ditino, affinché offrissi lo spumante al suo compagno di conversazione travestito da Briatore, e soddisfatta ti ha guardata recitare la formula, e poi, rivolta al tizio, ha detto «Visto?», ed entrambi sono scoppiati a ridere. In quel momento, per la prima volta, hai ricevuto la visione delle ghigliottine: guardando quelle due teste di cazzo, hai visto nella tua mente una piazza immensa, per metà gremita di gente urlante e per metà ricoperta da tre file di ghigliottine di metallo nudo, e steso su ogni ghigliottina uno di questi stronzi; al lato della piazza, un boia in maglietta rossa e jeans premeva un pulsante su un telecomando: sulle ghigliottine si accendevano delle luci rosse, poi le lame cadevano, e la gente esultava.
Non guardi il marito di Luana Pergoletti, il proprietario del castello, il mobiliere Claudio Martinelli, che mette a frutto nel PDL regionale l’esperienza politica maturata nei socialisti di Craxi; che si è rivolto a Giorgio Arduini per l’organizzazione e la preparazione di questa cena, con la quale si celebra l’anniversario della morte di Fumetto, il barboncino di Martinelli scomparso due anni or sono per un tumore alla milza ma immortalato in una statua di marmo grande cinque volte la sua taglia terrena, posta nel giardino accanto all’entrata principale del castello.
L’unico che guardi è Giorgio Arduini, gestore di Villa delle Mimose, che siede accanto all’amico Martinelli; Giorgio, che sta facendo passi da gigante con il PDL ma flirta con la Lega, ti fissa con il suo amabile sorriso di allegro inconsapevole. Conosci quel sorriso, vuol dire: mi sento tranquillo, Michela, quando lascio fare a te.
Giancarlo, ventisette anni, l’altro cameriere, si dirige con i suoi taglieri verso l’ultima parte del tavolo, dove siedono i due leghisti giovani giovani, con i fazzoletti verdi che sboccano copiosi dal taschino della camicia, e quegli altri tre cinquantenni dei quali solo uno riconosci: Giometti, il veterinario, PD; fai due più due e decidi che era il veterinario di Fumetto. Pensi a Gloria, la tua amica iscritta a quell’associazione di veterinari che opera d’emergenza gli animali di nessuno ritrovati in pessime condizioni. Gloria ti ha raccontato di quando è andata in provincia da Lorenzo Baldanti a fargli presente che la sua associazione si occupava proprio di quello, di curare e operare per soli cinquanta euro gli animali di nessuno, e che non c’era dunque alcun bisogno che la provincia affidasse questo compito all’ambulatorio di Giometti pagandolo dieci volte la cifra che avrebbe pagato all’associazione di Gloria. Baldanti l’aveva guardata da dietro la sua scrivania, la schiena affondata nell’abbraccio dolce della sedia girevole, aveva sorriso e aveva detto, lento: ho capito, ho capito... Poi aveva alzato la cornetta del telefono e aveva composto un numero, si era fatto passare qualcuno che Gloria non aveva presente chi fosse e aveva spiegato a chi stava dall’altra parte del telefono che lì c’era la signorina – «La signorina?» «Bortolini» – la signorina Bortolini che ha evidentemente un gran bisogno di lavorare, si può fare qualcosa per aiutarla, poverina? Gloria era uscita dallo studio e si era messa a piangere.
La Pergoletti quasi ti travolge con un braccio mentre indica Giancarlo e dice:
«Giorgio, perché hai dato questo bel ragazzo a loro?».
Poi ti guarda e fa: «Senza offesa, eh? Ma sai...» e ride.
Sorridi. Pensi alla ghigliottina. Controlli che tutto sia perfetto. Tutto è perfetto. Torni in cucina.
Ahmed, il capo cuoco, Fadwa, la cuoca, tu e Giancarlo, l’altro cameriere, componete lo staff indispensabile di Villa delle Mimose, un ex convento che la curia ha affittato a Giorgio Arduini per farne un ristorante. Due ore fa tu, Giorgio, Fadwa, Ahmed e Giancarlo, insieme al cibo e all’occorrente per il servizio, eravate nel furgone bianco di Giorgio, il furgone con l’adesivo di Villa delle Mimose sulla fiancata, che ha percorso strade di periferia nel crepuscolo rosso del pomeriggio autunnale, passando tra alberi, case, fabbriche, su e giù per le colline; per un istante, mentre Giorgio e Giancarlo scherzavano e Ahmed diceva cose senza senso, la tua mente ha creduto di essere in uno di quei sabati pomeriggio in cui andavi con i tuoi amici a bere il vino nelle osterie di paese; di qui a poco, ti ha detto la tua mente, sarai seduta, con la tua camicia di flanella e il tuo bomber, a un tavolo grezzo e lunghissimo, coperto di bicchieri e brocche, decorato di chiazze di vino e incisioni con nomi di gruppi rock. No, stai sognando, ti sei detta. Era tantissimo tempo fa, prima dell’università e prima che i tuoi sabati pomeriggio venissero sequestrati dal lavoro. Era una vita fa, sul serio, eppure ti è venuto da sorridere.
A Villa delle Mimose sei arrivata facendo i catering.
I catering sono una mazzata, a volte si sta svegli per più di quarantott’ore di seguito, si mangia a orari che lo stomaco non riconosce e si fa in tempo a rientrare nel ciclo sonno-veglia convenzionale appena un giorno prima di annichilirlo in una nuova maratona. Nei catering hai conosciuto giovani docili e intelligenti, alcuni gonfi di speranze sul futuro, silenziosi coltivatori di aspirazioni, altri che si sono dimenticati l’idea di futuro, alcuni che amano la vita, altri che si sono dimenticati che la vita c’è; hai conosciuto vecchi che domandano ai giovani se stanno studiando, e quando confessate che sì, studiate, loro decidono che siete arroganti e vi assaltano con una guerra preventiva, dispiegamento di camionette mentali, agenti psichici in tenuta antisommossa che brulicano fuori dal fortino di un complesso di inferiorità che non ha senso e quasi mai referente socio-economico. Poi fumi una sigaretta assieme a loro ed ecco che si aprono, e parlano di tutto, ma le camionette e gli sbirri rimangono fermi ai posti loro assegnati, con scudi e manganelli in ordine.
Hai lavorato nel miglior catering della tua zona: lo dicevi sempre a Luca, e non capiva, ma tu ci tieni ancora a dirlo, anche a te stessa. Hai ammirato i tuoi datori di lavoro, la loro concretezza, la loro professionalità, il loro saperci fare con la gente. Hai trascorso lunghe notti a sbaraccare festini grandi quanto villaggi vacanze accanto a questi padroni di persone, accanto a questi vecchi impauriti da te ma non dall’inquinamento e dalla bruttezza che li circondava, accanto a questi giovani nella grazia della rassegnazione o della convinzione, che si assomigliano, accanto a furgoni parcheggiati nei cortili degli imprenditori appena reduci dagli anni Novanta, la sbornia dei non-luoghi e delle aziende esoterico-piramidali, catene di Sant’Antonio fattesi cemento nudo su paludi, in una terra di nessuno che non è né periferia né campagna, area di cassoni di computer abbandonati e lucertole secche, e ti sembrava di essere l’unica a vedere il contrasto tra i silos e gli alberi delle colline.
Giovanni Arduini, il cui cuore è scoppiato alle Mauritius tre anni fa, era il padrone del catering nel quale hai lavorato per due anni prima della follia con Luca, ed era il fratello di Giorgio Arduini. Quando sei tornata qua fresca di laurea e con una vita da ricominciare hai sperato che Giorgio si ricordasse di te. Si ricordava. Un aggancio è un aggancio è un aggancio è un aggancio quando hai abbandonato l’aria climatizzata del negozio di intimo per tornare all’umido delle cucine, alla polvere delle strade, alla nobiltà della materia.
«Il giardino di Claudio e Luana: sessantanove ettari», vi ha detto Giorgio, entusiasta, mentre smontavate dal furgone e lui, Ahmed e Giancarlo estraevano scatole e frigoriferi portatili dal vano posteriore. «E c’è anche quello», ha detto indicando con il mento un secondo castello, più piccolo, «è adibito a magazzino».
Hai preso una tavola avvolta da un telo bianco. Pasta fatta a mano. Giancarlo ti ha detto:
«Lascia, torno a prenderla io dopo».
Hai sorriso. Hai detto:
«Tranquillo. È leggerissima».
Hai guardato Giancarlo. Non è poi così male, hai pensato; in questi giorni ti sembra sempre meglio. Hai inspirato il profumo della campagna chiudendo gli occhi, poi ti sei incamminata, dietro agli altri, verso il portone del castello. Accanto a te avanzava Fadwa, il velo sul capo, sul volto l’espressione di sempre: come di chi sapesse che a momenti il cielo precipiterà sulla terra.
Ahmed ha cinquant’anni, è tunisino, è omosessuale e non lo sa, è uno dei migliori cuochi sulla piazza ma è strafalcione come uno studente del Dams e vive dentro la televisione. Ogni tanto, alla Villa delle Mimose, Ahmed ti fa una battuta che tu non capisci, non capisci nemmeno che è una battuta: lui cita nomi, situazioni, formule, e tu ti rendi conto che sta parlando di qualcosa che ha visto nella televisione, e ride; tu glielo hai spiegato una decina di volte che la televisione nemmeno ce l’hai, lui non si è scandalizzato, semplicemente se ne dimentica, per lui è inconcepibile, ma non in senso morale: in senso ontologico. Glielo hai anche detto: per te, Ahmed, che io non abbia la televisione è inconcepibile in senso ontologico. E lui ha detto qualcosa di incomprensibile. È una specie di gioco tra voi, un gioioso non capirsi. Anche prima: appena entrati in cucina, Ahmed ti ha detto cose cui non hai prestato alcuna attenzione: guardavi il secondo castello dalla finestra della cucina non ancora appannata dal vapore; attraverso una finestra del secondo castello hai intravisto un De Chirico appeso a una parete. Ehi Ahmed, hai detto, quello è un vero De Chirico.
Eh? ha detto lui. La stessa reazione di quando gli hai chiesto se non lo mandava in bestia l’adesivo della Lega che stava appiccicato sulla porta delle cucine della Villa, dove a parte i padroni lavorano due italiani – tu e Giancarlo – un tunisino, che è Ahmed, un’egiziana, che è Fadwa, una rumena e un moldavo; lo hai staccato tu, quell’adesivo, ché non lo potevi vedere. Poi sei andata da Daniela Arduini, la moglie di Giorgio, a dirglielo: ho strappato l’adesivo della Lega, ché non si poteva vedere. Daniela non ha detto niente.
Lo zelo misto alla guerra aperta è un gioco favoloso, che sa giocare solo chi non ha schemi ma è in grado di inventare il presente: è l’esperienza che crea se stessa, senza presupposti; è il motivo per cui hai sempre saputo fare ogni lavoro; è ciò che Luca non ha mai imparato. Devo imparare a imparare, ti diceva, e capivi che era senza speranza. Abbandonandolo, gli hai aperto la via alla comprensione di una verità che è solo sua, gli hai donato la possibilità di comprendere chi è: uno senza speranza, e uno che sopravviverà. Solo nell’abbandono – e non nella solitudine, non basta la solitudine – uno come Luca può imparare una cosa del genere. Non lo hai lasciato per questo, ma sai che non c’è mai un solo senso delle cose, l’universo è armonia e un unico gesto può aggregare due sensi. Avverti che qualcosa preme per emergere alla coscienza, ma non c’è tempo: afferri la fiamminga con i tagliolini alle capesante da servire alla francese – Mi raccomando: alla francesa, ha detto un’ora fa la Pergoletti entrando in cucina sottobraccio a Giorgio – dunque servirai questa tavola di stronzi alla francesa.
«La felicità è il fulcro della mia mission», sta spiegando il presidente provinciale Lorenzo Baldanti quando entri in sala, «per quello ho fatto mettere la musica in centro, sotto Natale: il centro era triste, la gente non ci andava più, allora ho capito che dovevo farlo somigliare a un centro commerciale: più felice».
Herman Panuzzi fa sì sì e poi no no con la testa. Dice:
«Bisogna che troviamo il modo di buttare giù quel palazzo vecchio, lì, la vecchia scuola d’arte, e farci il parcheggio multipiano, sennò chi ci va in centro? Nemmeno io ci vado. Non ci vado mai». Martinelli si piega all’indietro sulla sedia. Dice:
«Capirai se quello stronzo di Veronetti di FLI non farà un casino».
«Quel traditore» commenta la moglie, puntando gli occhi su di te, che cerchi di non distogliere lo sguardo dalle forcelle dei tagliolini che porgi a uno a uno circumnavigando la tua parte di tavolo.
«È sempre stato fissato con questa roba dei monumenti», fa Martinelli, «anche prima».
«E voi gli avete sempre dato ragione, con queste stronzate», dice Panuzzi.
«Gliela daremo anche questa volta», Martinelli ghigna, «ma non vedo l’ora che lo fate, ’sto parcheggio».
Hai appena finito di servire alla francesa quando Giancarlo si infila per primo nel corridoio; è sempre troppo veloce, pensi. Riprendi la tua marcia verso le cucine, mentre con la coda dell’occhio percepisci le teste girarsi verso di te; allontanandoti lungo il corridoio senti le voci abbassarsi più di quanto l’aumentare della distanza lascerebbe pensare; poi, un istante prima di entrare in cucina, senti la voce della Pergoletti impennarsi in un tono di sfida, ma ormai sei troppo lontana per distinguere le parole.
Quando entri in cucina scopri che Ahmed non ha resistito al televisore: lo ha acceso e ha abbassato il volume. Mentre Fadwa è china a tagliare gli odori e Giancarlo si versa un bicchiere di vino da cucina, Ahmed fissa lo schermo. Nello schermo un presentatore che non hai mai visto di un programma che non hai mai visto sorride, attorno a lui danzano ballerine seminude. Ahmed ha il braccio abbandonato lungo il fianco, il coltello grande nella mano; fissa lo schermo con la bocca leggermente aperta.
Mentre fai avanti e indietro con piatti sporchi, fiamminghe vuote e piatti puliti, Giancarlo e Ahmed bevono e commentano le immagini televisive. A queste profondità comincia a manifestarsi l’inconsapevole volontà di autodistruzione, che aumenta man mano che si scende; è sempre stato così: generazioni di alcolisti e fumatori incalliti hanno dato una mano ai loro lavori invalidanti trattando solventi a mani nude e respirando gas di scarico come fossero aria di montagna: la vita è disgregazione biologica e va aiutata, l’ordine delle cose che diventa valore. Sai che qualcosa di tutto ciò è passato in te, nella ricerca di una costrizione brutale che spezzasse tutte le ragioni esterne sulle quali si fondavano la coscienza della tua dignità e il rispetto di te stessa. E quando hai fatto questo lavoro per la prima volta, non ne è conseguito in te alcun moto di rivolta, no. Anzi, al contrario, ne è conseguito quel che meno ti aspettavi da te stessa: la docilità. Una docilità di rassegnata bestia da soma. All’improvviso t’è parso d’essere nata per aspettare, per ricevere, per eseguire ordini, di non dover mai far altro che questo. E a Luca sei stata fiera di confessarlo, subito dopo esservi conosciuti. Non ha capito, non può capirlo. Lui il determinismo lo piega, lo contorce fino a giustificare anche la sua debolezza, la sua timidezza, la sua incapacità: ci sono delle cause per le quali sono quello che sono, dice sempre.
Quando ha incominciato a intravedere guai gli hai consigliato di cercare un lavoro qualsiasi, e lui: eh ma la disoccupazione, eh ma sono troppo vecchio e troppo laureato, eh ma lo sai che ci sono i pregiudizi, eh poi così non si costruisce mai niente. Tutto vero, hai pensato guardandolo negli occhi, tutto vero, ma non te lo dirò; gli hai detto invece: ma tu prova, cazzo. Ha dichiarato che di tornare a servire ai tavoli per trenta euro a sera non voleva saperne. Ma per cinquanta sì, hai risposto secca. Lui allora ha deviato sul rinnovo del contratto, sull’umiliazione cui si sarebbe sottoposto per voi due – l’umiliazione sbagliata, hai pensato – e chissà, forse tra poco per voi tre, ha aggiunto con un sorriso che ti ha fatto impressione. Noi abbiamo questa sfiga, diceva sempre, che vediamo quello che ci accade, che abbiamo gli strumenti per capirlo ma non possiamo farci nulla; non siamo stati strutturati per questo, diceva, noi non eravamo preparati a questo.
Io sì, pensavi, io so da dove vengo. Io sono anfibia.
«Strozzapreti al ragù bianco e spinaci» fa Ahmed mentre guardi le colline nere oltre il vetro della finestra sul quale hai passato il palmo per togliere il vapore.
Senti una mano gentile sulla spalla.
«Portiamo gli strozzapreti» fa Giancarlo. Ti volti, lo guardi e comincia a venirti voglia che si regga in piedi, stanotte, quando tutto questo sarà finito.
Prendi una delle due fiamminghe pronte sul piano, esci dalla cucina, ripercorri il corridoio.
La mattina in cui, dopo le sue contorsioni pietose, a Luca hanno rinnovato il contratto, gli avevi lasciato sul tavolo il numero di una ditta che cercava operatori per il call center interno, outbound. Lui l’ha ignorato, è andato dal suo capo e gli è andata bene: per l’ennesima volta ha avuto paura di vedere come è fatto il fondale dell’oceano e gli è andata bene. Ma tu la fuga non la tolleri e c’è una parte di lui che lo sa benissimo: la sera ha tentato di giustificarsi; ha detto: vivremo bene ancora per un po’. Almeno questo, ha aggiunto. Nella tua mente è comparsa l’immagine dell’espositore dei collant accanto al banco del negozio dove lavoravi, e per la prima volta ti si è aperto un buco nero nell’addome. Lui non se n’è accorto, forse perché sei brava a mentire o forse perché lui non è bravo a vederti; ti ha presa, ti ha sollevata e ti ha stesa sul tavolo della cucina, come quando eravate entrati in quella casa per la prima volta; è stato un gesto forzato, ma lì per lì eri sinceramente contenta per lui; solo due giorni dopo ci hai ripensato, e ti ha fatto schifo; all’improvviso ti sei accorta che qualcosa si era rotto da tempo, o che forse era sbagliato da sempre. Hai chiaramente percepito che stavi vivendo sulla retta più marginale tra quelle che compongono il pentagramma del tuo cuore. Luca voleva vivere tra le scartoffie e le allucinazioni, tu hai sempre saputo che la psichedelia vera sta da un’altra parte, nel contatto con la roccia delle cose. Hai lasciato Luca, che non ha capito, hai trovato un altro appartamento, ti sei laureata, ti sei licenziata, hai inviato a Luca i soldi per le ultime bollette e sei tornata a casa.
Entri nella sala. Ora la Pergoletti è decisamente più agitata. Ti vengono in mente le mogli dei mobilieri dei romanzi di Paolo Teobaldi: le mobildonne. Questa sembra già ubriaca. Non ha toccato niente, ha ancora il piatto pieno di tagliolini, guarda gli altri mangiare e tesse le lodi delle proprie capacità organizzative in merito a non si sa quale fiera del divano. Però appena ti vede smette di parlare e ti segue con uno sguardo duro, e tu ti rendi conto che stanno tutti zitti: suo marito fissa mogio un punto imprecisato del tavolo; Giorgio non sembra accorgersi di nulla; Panuzzi ti guarda e sghignazza e sgomita a Baldanti, che sorride timido, esaminando il piatto, e capisci che ti ha riconosciuta. Dimentichi che sta evidentemente accadendo qualcosa e ti concentri su questo: lui è uno di quelli che vanno avanti perché non si dimenticano di nessuno. Guardi sua moglie, bellissima, riccia, in carne, tutta presa dal figlio. Un figlio, diocristo, un figlio. Lei è lì, seduta sulla sua sedia come se fosse la sua posizione sociale, probabilmente senza porsi il problema del gorgo che ha ingoiato un terzo di coloro che frequentavate allora. Alcuni sono finiti come lei, altri sono rimasti dov’erano, a continuare i mestieri dei genitori, e magari oggi stanno pure bene; altri ancora sono stati risucchiati nel gorgo, hanno pensato di fare mestieri diversi da quelli dei genitori, credevano fosse possibile, addirittura probabile, no: credevano fosse certo, e poi sono stati risucchiati, e ora fanno mestieri peggiori dei genitori, o gli stessi mestieri ma senza regole, in contesti folli. La guardi prendere le forcelle e servirsi, con lentezza e attenzione, e pensi che è incolpevole, che sicuramente è anche una brava persona, e crede che ciò che suo marito fa – ciò che faceva prima il suo rappresentante di istituto, ciò che fa ora il suo presidente provinciale – sia bene, lo crede perché non capisce: non capisce l’essenza reale del potere, perché solo da dove sei tu, solo dall’anfibità, si può capire l’essenza reale del potere. Luca pensava di capire, ma certe cose ti devono circolare come marmo nelle vene. Luca sopravviverà senza comprendere l’essenza della realtà, altri moriranno. C’è, pensi, e ti si stringe il cuore, c’è chi è già morto. Quando è morto Francesco sei stata sul punto di impazzire, perché Luca non avrebbe capito, e tu non glielo hai nemmeno detto, perché non avrebbe capito: sarebbe diventato triste, avrebbe detto “capisco”, e non avrebbe capito. E tu avresti dovuto ammettere la verità che ti terrorizzava e che non eri pronta ad accettare: che non potevi passare la vita con lui.
Nell’altra parte del tavolo continuano a parlare, mentre Giancarlo porge forcelle e fiamminga con una sicurezza e un sorriso che non ti piacciono. Chiedi alla Pergoletti se devi portarle via il piatto. Non ti risponde, dice che devi portare altro vino, annuisci e fai per andartene con il sorriso, quando lei ti ferma afferrandoti per la camicia.
«Quanti anni hai?».
Lì per lì non capisci, sembra una domanda normale completamente fuori contesto. Poi sorridi e rispondi.
«Trentadue».
«Scommetto che sei laureata».
«S-sì». La Pergoletti si volta verso Panuzzi e Martinelli.
«Ve l’avevo detto» fa a mezza voce, e poi, di nuovo a te, «in cosa sei laureata?».
Oddio.
«F-filosofia».
La Pergoletti sogghigna, Herman Panuzzi sogghigna, Claudio Martinelli continua a guardare il tavolo, si versa del vino, Giorgio è su un pianeta lontano, a giudicare dall’espressione sta correndo nudo tra colibrì fosforescenti e girasoli giganti, Lorenzo Baldanti si volta diplomaticamente verso moglie e figlio; nell’altra parte del tavolo nessuno sembra prestare attenzione.
«Abbiamo una filosofa a servizio, allora, questa sera» urla la Pergoletti.
Lo schiavo greco, pensi; sorridi, dici:
«A quanto pare».
Dall’altra parte del tavolo cogli un frammento a mezza voce di uno dei leghisti:
«...Ah va’, io li vedo ’sti studenti: stan tutta la notte in piazza a bere e a far casino...» poi ti lancia un’occhiata e si protende sul tavolo verso il suo interlocutore, la voce diventa un bisbiglio.
Attendi altri due secondi, nessuno aggiunge nulla, la Pergoletti fissa Panuzzi con uno sguardo complice, ti giri e te ne vai. Senti la Pergoletti dire:
«Questa è una dei vostri. Sicuro».
Manco morta, pensi.
Entri in cucina, Ahmed bofonchia qualcosa di incomprensibile. Quando Ahmed bofonchia qualcosa di incomprensibile hai imparato che non c’è bisogno di capire: qualsiasi cosa ti stia chiedendo di fare è in grado di farla da solo. Se ripete e si sforza di azzeccare più parole allora forse ha davvero bisogno che quella cosa la faccia tu. Non ripete. Afferri due bottiglie di bianco. Ti rilassi un secondo. È allora che sale l’onda. Annalisa. Improvvisamente ricordi che la moglie di Lorenzo Baldanti si chiama Annalisa, Annalisa Lazzarini e comprendi cosa sta emergendo, e perché proprio ora. Tu e Annalisa avete avuto un ragazzo in comune. Che lei fosse una ex di Francesco – la ex di Francesco quando tu conoscesti Francesco dopo aver liquidato gentilmente Baldanti la sera della festa d’istituto, dopo che il gruppo sul palco aveva smesso di suonare, dopo che un’amica, quella stessa sera, te lo aveva presentato – era un particolare che non ricordavi, di quelli che, all’altezza su per giù dei tuoi venticinque anni, sembravano essere stati sommersi dall’indistinguibilità; persone che vedi da sempre, persone che hanno storie con le stesse persone che girano da sempre: dopo un po’ non ci fai più caso, ti allontani dal luogo da cui provieni e le persone si fondono o si dividono in due come nei sogni, e dimentichi tutto.
Sei ferma con le due bottiglie di bianco nelle mani. Entra Giancarlo. Ti sembra sempre più suonato.
«I tuoi ce l’hanno il vino?» gli domandi dura, ma senti che hai gli occhi lucidi, che le bottiglie ti tremano nelle mani. Non attendi la risposta e imbocchi di nuovo il corridoio. A metà ti fermi. Poi riprendi.
Arrivi mentre la Pergoletti sta scannando Panuzzi:
«Anche io ero di sinistra! Ascolta, Herman: io ero a fare le passeggiate ecologiste negli anni ’80, tu eri piccolo, stavi alla sezione con tuo padre, ma tuo padre si ricorda: loro non si sono mai mossi dal partito, noi eravamo per la libertà, loro, cioè voi, eravate statalisti, stalinisti. Ascolta, io sono ancora di sinistra. Ma la nostra è la vera sinistra, noi siamo con la gente normale, la gente che lavora».
La voce è ormai chiaramente alterata. Appoggi le bottiglie sul tavolo, estrai il cavatappi dalla tasca e lo affondi sulla prima bottiglia.
«Eh, stalinisti...» fa Panuzzi, «cosa c’entra, è il senso dello stato...», e ridacchia.
«Seee, il senso dello stato» insiste la Pergoletti, «oh, ma vedrai come cambiano le cose quando torniamo».
«Io ho sempre lavorato» fa Giorgio, serissimo, annuendo con il capo, «io ho cominciato facendo lo sguattero nelle cucine».
«Noi» insiste la Pergoletti mentre versi il vino nel bicchiere, «noi siamo per la libertà» ti punta l’indice addosso, «alla fine questa ragazza sta lavorando, no? Chi le dà la possibilità di farlo? Per comprarsi le sue cose e curarsi ed essere così carina? Se viene da voi a fare la volontaria alle feste dell’Unità o come si chiamano adesso, mica la pagate».
Pratichi la filosofia da quindici anni, e per ora, salvo diversa evoluzione, il più grande insegnamento che la filosofia ti ha dato è saper capire quando è il momento di smettere di tentare il dialogo e inziare a pensare al taglio della testa. La vita e la materia, poi, ti hanno dato un insegnamento altrettanto grande: saranno le cose che hai studiato e la possibilità di studiare ancora, l’idea stessa della conoscenza e del senso, a tenerti in vita fino al giorno in cui cadranno le teste.
Nemmeno una goccia fuori dal bicchiere.
«Ti senti superiore, vero?» fa la Pergoletti.
Lì per lì non capisci. Non capisci perché non ha senso dirlo a Giorgio, e perché il tono della voce è basso, mentre Giorgio, Panuzzi e Martinelli discutono, mentre Annalisa e Lorenzo sono presi dal bimbo. Lì per lì non capisci, finché non ti volti e la guardi, la Pergoletti, e vedi che ti sta guardando.
Pensi di non aver sentito bene, pensi di averlo sognato, pensi che sono i primi segni della stanchezza.
«C-cosa?».
La Pergoletti ti sorride, eppure c’è un lampo di sfida nei suoi occhi.
«Niente, cara», e voltandosi verso i suoi ospiti allunga il braccio e ti sfiora con il dito sul lato posteriore della coscia, «noi siamo... come si dice... gli eredi della rivoluzione francese. Sì, è così, Herman: noi siamo gli eredi della rivoluzione francese, e faremo saltare parecchie teste».
Hai un brivido.
Arriva finalmente anche Giancarlo con due bottiglie di bianco nelle mani. Lo guardi. Niente, decidi, è sulla via della sbornia, e dentro di te senti insorgere la rabbia. Vedi che Giorgio non lo guarda, o finge di non guardarlo.
«Abbiamo anche le ghigliottine» fa la Pergoletti applaudendosi da sola.
Gli ospiti scoppiano a ridere.
«Dice sul serio» fa Martinelli. Si zittiscono anche gli ospiti serviti da Giancarlo. Che si ferma. Lo fulmini.
«Gliele ho regalate sei anni fa», racconta Martinelli, «per l’anniversario di matrimonio. Due ghigliottine della rivoluzione francese. A dire il vero sono due riproduzioni costruite nell’Ottocento».
«Veramente?» fa incredula la moglie di Baldanti.
«Cos’è la ghiglioppina?» fa il pupo Baldanti.
«Adesso te la facciamo vedere, Loris» fa la Pergoletti.
«No, dai Luana, ché poi s’impressiona» fa la madre.
«Voglio vedere la ghiglioppina!» fa Loris, e non riesci a trattenere un sorriso. Fategliela vedere, pensi, vedi mai che da grande capisce come usarla.
«Dai, su» fa la Pergoletti, e si alza dalla sedia, ti sembra che barcolli, «andiamo a vedere le ghigliottine».
Il bimbo esulta. Panuzzi ridacchia, Lorenzo e Annalisa si guardano interrogativi, poi si alzano. Si alzano anche gli ospiti serviti da Giancarlo. Guardi Giancarlo: ti guarda come se non capisse bene cosa deve fare. Niente, ovvio, finisci di aprire il vino e basta, gli dici con gli occhi. La Pergoletti ti urta per prendere il bicchiere. Ti fissa, dice:
«Su, venite anche voi» si volta verso Giancarlo, lo richiama con il dito, «così portate il vino».
Li seguite attraverso il corridoio che si snoda lungo il castello. Resti un po’ indietro, ti dici che ora devi stare concentrata, ci sarà il momento in cui tutto sarà finito, ma la tua mente non ti ascolta e continua ad unire i puntini: ripensi al perché hai lasciato Luca, e ti viene in mente quando hai imparato a lasciare. Fu un istinto, non lo avevi mai fatto prima, ma a un certo punto una nebulosa si aggregò in un atto e lasciasti Francesco, che già Annalisa aveva lasciato prima che tu lo conoscessi.
È stato tanti e tanti anni fa, e Francesco è stato il primo uomo che hai lasciato davvero, cioè dopo averlo amato davvero. Lo lasciasti quando ufficialmente lui ti aveva già lasciata, ma in certi casi le parole non significano nulla: ti aveva lasciata durante la primavera dell’ultimo anno; sembrava una follia generale: con l’avvicendarsi della fine del liceo e dell’esame di maturità le coppie storiche stavano esplodendo, compresa la coppia formata dall’ex rappresentante d’istituto ormai all’università e la sua ragazza, coetanea tua e di Francesco, oltre che sua ex. Annalisa. Ecco. Ecco. Arriva: a maggio, in quinta, Francesco ti aveva lasciata senza che tu capissi bene perché, vedevi solo che era irrequieto, che nascondeva una specie di terrore sotto una maschera di esaltato.
A luglio era tornato da te con la coda tra le gambe, confessando di essere andato con la sua ex, Annalisa. Parlò di suggestioni del passato, del fatto che sai, eravamo stati insieme ma non lo avevamo fatto, parlò di errore, di cose che ora anche lui capiva non avere nessun senso; disse che ti amava e pianse. Mentre ti parlava, l’immagine di lui con Annalisa ti frantumò l’anima in un modo che immediatamente comprendesti essere irreversibile. Decidesti che doveva imparare che certi gesti hanno delle conseguenze, doveva imparare la distanza di spazio freddo che aveva messo tra voi e nello stesso tempo l’affetto più intenso che potevi avere per lui: la ferma ma serena proclamazione che, da quel momento in poi, tutto ciò che sarebbe accaduto nella sua vita sarebbero stati solamente cazzi suoi.
Il liceo finì e Francesco, diversamente da ciò che sembrava aver deciso quando stava con te, non andò all’università: andò a lavorare nell’azienda di trasporti del padre. Faceva sia il camionista sia il contabile. Da allora lo hai incontrato solo ogni tanto, quando tornavi qui per le feste. Era sempre sorridente, ma era un sorriso in cui non vedevi più la luce, emanava ancora profondità, ma non emanava più potenza. Sapevi che era sposato, che aveva due bambini, che non aveva problemi economici.
Pochi giorni prima che Luca ottenesse il rinnovo del contratto, un’amica del liceo ti ha chiamata al cellulare mentre chiudevi il negozio di intimo per la pausa pranzo: la notte prima, nel parcheggio di un autogrill a cinquecento chilometri da casa, Francesco si era sparato con una pistola fabbricata da lui stesso, e nessuno sapeva perché.
E invece tu, all’improvviso, con le bottiglie di bianco nelle mani, capisci che lo sai, che lo hai sempre saputo, e che è questo tutto ciò che hai sempre cercato di dire a Luca, senza che lui capisse mai. Lo sai perché conosci il sangue gelido della materia, la polvere delle strade sterrate, la spina dorsale che ti tradisce prima dei trentacinque anni, conosci la disperazione delle campagne stuprate dal cemento gettato e poi abbandonato, conosci chi lo spazio mentale per dare un senso alle cose non lo ha mai avuto, e chi non si è più ricordato come prendersi cura di sé e si è lasciato andare, lo sai perché conosci il dolore, gli animali schiacciati dalle macchine sull’asfalto, i sogni dell’adolescenza che muoiono contro i muri del reale, conosci la morte, conosci una poesia disperata che non hai mai saputo dire, la parte di te che non è stata riconosciuta, e non ha trovato un abbraccio.
E adesso, adesso che con il tuo portamento porti il vino dietro a questa colonna di nazisti di merda, di folli schiavisti, dietro questi agenti del nulla, sai che le tue radici ti hanno afferrata e ti hanno trascinata qua perché c’è qualcosa che devi fare o qualcosa che deve succederti.
La Pergoletti accelera e apre una porta, allunga una mano nel buio e accende una luce. Entrate tutti. La stanza non è enorme: contiene appena il vostro gruppo e due ghigliottine alte almeno quattro metri.
«Ma sono rosse?» fa Panuzzi.
«Le originali sono rosse» spiega Martinelli, «le lame ovviamente sono nuove», poi indica un minuscolo portello di legno sulla parete, «le originali sono lì».
«Le volevo funzionanti» fa la Pergoletti ridendo.
«Vuoi usarle?» ghigna Panuzzi.
Ti sembra di vedere la mano di Annalisa stringere di più quella di Loris nella sua, mentre la piccola comitiva si chiude attorno ai due mostri di legno. Nella mente ti sfreccia qualcosa che ha a che fare con Annalisa e quel bambino, ma lo perdi.
«Adesso Loris ti faccio vedere come funziona», fa la Pergoletti. Vedi Annalisa seriamente alterata, e Lorenzo Baldanti che le tocca il braccio, sorride, dice qualcosa piano.
«Una volta con questa, Loris, in Francia, uccidevano i cattivi, i nobili. Sai chi erano i nobili?»
Loris scuote il capo.
«I nobili erano persone che si sentivano superiori a tutti gli altri, e per questo avevano fatto un regime in cui tutti stavano male e dovevano lavorare per versare tanti soldi ai nobili, che invece passavano il tempo a godersela».
La Pergoletti ride. Solo ora ti accorgi che Giancarlo le sta appiccicato. La Pergoletti si guarda intorno.
«Chi è il più nobile qui?».
Il suo sguardo passa in rassegna tutti. Si ferma su di te, ti si gela il sangue. Sorridi, fai non so con la testa.
«Tu sei nobile», ti fa, «hai fatto l’università, e poi lo ha detto anche Giorgio, prima, e mio marito ha confermato» lancia un’occhiata di astio a Martinelli, «che sei la migliore, che hai il portamento da nobile. Pensavamo anche di richiamarti a servizio da noi, sai? Anche senza Giorgio».
«È vero» fa Giorgio, soddisfattissimo, e ti fa l’occhiolino. Vorresti ucciderlo.
«Dai, sei anche della misura giusta: facciamo vedere a Loris come funzionava la ghigliottina».
Qualcosa dentro di te ha compreso più velocemente di te, perché stai poggiando le bottiglie di vino sul pavimento. È come un sogno: Luana Pergoletti ti prende per mano, senti Giancarlo ridacchiare, sei accompagnata presso l’asse basculante, che all’improvviso, con un colpo che ti fa vibrare tutto il corpo, si riversa in orizzontale e tu ti ritrovi con il collo sulla semilunetta di legno.
«Questa» senti dire dalla Pergoletti, «è la leva che chiude anche il pezzo sopra attorno al collo».
Senti il legno vibrare sotto la sua mano e hai un brivido. Ricordi che una volta Luca, mentre guardavate un film storico, ti aveva detto che le ghigliottine dei film erano sbagliate: la lunetta non si chiude a mano, si chiude con un marchingegno che è direttamente collegato alla lama: appena la lunetta è serrata la lama cade.
A malapena vedi il gruppo attorno a te; se forzi il collo e provi a sollevare il capo vedi Loris fissarti impaurito da dietro il corpo di sua madre, che si trova affianco a te. Non vedi l’ora di levarti da lì, non capisci come sia possibile che tu ci sia, lì; senti la Pergoletti spiegare ma non senti più quello che dice, speri che tutto ciò passi il più in fretta possibile. A un certo punto, mentre avverti di aver commesso un pericoloso errore nel gioco dello zelo e della guerra aperta, qualcuno si avvicina; senti l’alterazione del suo respiro, vedi i pantaloni neri da cameriere, senti la voce di Giancarlo dire:
«Loris, guarda, facciamo per bene: chiudiamo anche qui».
E senti il legno vibrare per la sua mano pesante, mentre urli.
Ti rendi conto che la lunetta si è chiusa, e che hai sentito un rumore che non dimenticherai mai più, ma la tua prospettiva non è cambiata. Per un po’ consideri che la testa sia semplicemente rimasta lì, che non sia caduta, muovi le mani, ma sai che può essere un fantasma; allora ti porti le mani davanti alla faccia; fai tre con la destra e due con la sinistra: torna con quello che vedi, la tua testa è ancora attaccata al resto del tuo corpo. Altre mani trafficano attorno al tuo collo: pensi siano le mani di Martinelli. Vieni liberata. Fanno ruotare il piano e ti aiutano a raddrizzarti. Quando sei in piedi, con Giorgio che ti regge sotto le braccia, vedi Annalisa. È in lacrime, trema, e fissa la lama della ghigliottina, che tiene bloccata tra i due palmi delle mani all’altezza del suo viso. La lascia. Scoppi a piangere.
State tornando nel furgone di Giorgio. Le strade sono buie, illuminate solo dai fanali. Giancarlo cerca di ridere e di parlare, ma parla a vanvera; gli trema la voce ma va avanti per sminuire, deve convincere tutti e se stesso e soprattutto Giorgio che non ha fatto niente di che. Non te ne frega un cazzo. Senti che scoppierai a piangere di nuovo, come ti è successo prima, quando ti hanno riaccompagnata in cucina quasi sorreggendoti, perché tremavi e vedevi solo lucciole; hai smesso di piangere solo quando ti hanno fatta sedere e Fadwa ti ha messo davanti un bicchiere di brandy; hai alzato lo sguardo, l’hai vista sorridere e strizzare l’occhio. «Ti fa bene», ha detto con l’aria di chi la sa lunga.
Il vicolo sterrato termina su una strada asfaltata, nei pressi di una rotatoria illuminata a giorno da lampioni gialli. Ci siete passati anche all’andata, hai già visto il cubotto di cemento con innestato il negozio di articoli sportivi, ma solo ora ti rendi conto del perché sentivi che, malgrado in quella zona non ci sia un metro che non sia stato deturpato, quel cubo in quel luogo stonava particolarmente. Lo capisci ora che vedi, nei pressi di un lampione, il segnale a freccia arrugginito, che indica una piccola strada subito dopo una delle uscite della rotatoria. Il segnale è ormai quasi illeggibile, ma tu sai che c’è scritto “DALLA CESARINA (OSTERIA)”. Quel segnale è lì da prima che sorgesse il cubotto di articoli sportivi e da prima che questa fosse una rotatoria. Lo seguivate quando con i tuoi amici vi inerpicavate in macchina sui colli, al sabato pomeriggio. Ti vedi sul sedile posteriore di una panda, con la camicia di flanella e il bomber, il viso pulito, gli occhi neri pieni di luce; accanto a te c’è Francesco, che sorride, con la maglietta dei Doors, e ti tiene la mano. Cosa ne è stato di quella Michela? Dov’è finito il futuro che in quel passato immaginavi avresti avuto? Dov’è finito il futuro di tutti coloro che erano con te e che si sono perduti? Guardi quella ragazzina nel fondo di te stessa, e capisci perché questa sera sei qui: Michela ti sta chiedendo di essere perdonata per quello che ha fatto, per quello che non ha saputo fare, per quello che non ha saputo diventare.
Tutti quei ragazzi lo stanno chiedendo.
Scoppi a piangere, e nessuno dice niente.
Il racconto contiene un’interpolazione da La condizione operaia di Simone Weil.
Non ho la più vaga idea di come funzioni davvero una ghigliottina.
Sto leggendo. Bravissimo, mi fai spaccare. Naturalmente verrai esiliato sul Monte San Bortolo reo di aver detto, verosimilmente, la verità. Un abbraccio.
RispondiEliminacolgo l'occasione per ribadire che Nacci è uno scrittore vero, come ce ne sono pochi: il suo racconto fa sanguinare e ragionare, ci stringe lo stomaco e ci scava dentro. sono onorata di ospitarlo qui :)
RispondiEliminaGrazie, ragazzi. ^__^
RispondiEliminacomplimenti per la lucidità e la padronanza di scrittura.
RispondiEliminaGrazie. ^__^
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