giovedì 27 settembre 2012

giovedì 13 settembre 2012

alla fine della strada

Oggi era una splendida giornata d'autunno, perfetta come solo una primogenita può essere. Mi ha colta impreparata, a scarpe chiuse e gambe nude, nel mezzo a una piazza miracolata che mi portava indietro nel tempo, a quella domenica di settembre di undici anni fa in cui andai a fare amicizia con la torre della mia prima città, in sella a una bicicletta che non avrebbe resistito fino a Natale.
Il vento che mi seccava le labbra era lo stesso di allora, prepotente e salato. Identica la pressione del sole sulla pelle.

E mi sono detta che anche se sto scrivendo di Pisa per non arrendermi all'evidenza d'aver buttato via tutto quel tempo va bene lo stesso. Ho pensato al nuovo libro che ho iniziato da poco, alla follia di buttarmi in un quarto romanzo quando non ho ancora pubblicato nemmeno il secondo.
Ma il vento era forte e mi rimescolava dentro, scompigliava le carte, mi ha fatto venir voglia di rimettere in discussione tutto, di cambiare punto di vista non per paura ma per curiosità. Per essere di nuovo felice di quello che faccio, soddisfatta di quello che sono.

E mi sono sentita come mi capita a volte in primavera, che è l'unico inizio d'anno che concepisco.
La gabbia l'ho costruita io: ho forgiato le sbarre, disegnato la serratura. Ho colorato di turchese la volta, ho distolto il viso dal cielo. Per questo niente mi vieta di abbatterla, d'aprire la mano e scoprire la chiave che mi libera, a scintillare sopra il palmo, limpida e pulita.


Cinque anni fa ho aperto questo blog perché avevo un sogno. Volevo scrivere, pubblicare. Volevo che gli altri si perdessero nelle mie parole, che leggessero dentro le mie storie qualcosa che apparteneva a loro soltanto. Volevo creare e condividere. Volevo migliorare e poi ottenere quel riconoscimento che pensavo mi spettasse. Speravo in una strada in salita ma onesta. Un sentiero senza deviazioni, dove sudare l'onesto sudore dell'impegno mentre la meta si faceva sempre più vicina.


Oggi quel sogno esiste ancora ma è la fiducia che manca. E non tornerà.
Oggi non voglio più parlare di me: voglio trascendere le frustrazioni e le attese, trasformare la rabbia e la disillusione in qualcosa che non faccia più male. Qualcosa di buono, che sia solo per me.

Tracce nella Rete finisce qui. Ancora non so cosa farò di tutti i post ma non è importante.
Nella mia vita poche cose sono durate cinque anni, escludendo il liceo. Questo spazio è stato fondamentale ma ha servito il suo scopo.
Non è più tempo di capire chi sono.

Adesso è tempo di scrivere. Scrivere e basta. Raccontare. Tornare a parlare di libri, di storie. Dell'unica cosa che dà un senso al nostro passaggio su questo pezzo di materia.
Presto aprirò un altro blog: saranno i miei appunti virtuali, il piano di lavoro del mio nuovo romanzo, dove vedrete l'orizzonte della storia venire a galla a poco a poco.

Aspettatemi lì.

martedì 11 settembre 2012

i'm a loser, baby

 Emily tries but misunderstands

Se non giochi non perdi e il dolore della sconfitta vince sempre contro la gioia della vittoria. Sofferenza batte felicità: sarebbe opportuno ricordarlo.
Quando punti al ribasso è difficile restare deluso. Se avessi continuato a sognare in piccolo avrei avuto una vita diversa, ma non è andata così. Avevo delle ambizioni e un ego in cui affogare il mare e così ho mollato gli ormeggi, ho cercato di farmi strada da sola.
Adesso che è passato qualche anno non mi sento così tanto più vicina al mio obiettivo, ma di sicuro sono molto più stanca e amareggiata.

Ho una lezione da imparare ma è faticosa. E disperata. Non so se sarò mai pronta a lasciar scivolare giù tutte le speranze che nutrivo per me stessa.
Ho un calice di fiele da trangugiare e non sarà l'ultimo.
Posso lasciarmi distruggere dalla frustrazione, posso lasciare che la rabbia mi disintegri e mi spezzi le ossa. Posso guardarmi sopraffare da tutto quello che non ho, restare sigillata dietro gli occhi mentre tutto il resto della mia vita mi sembrerà così insignificante da non avere più il coraggio di alzarmi la mattina.
Posso smettere di scrivere solo per far dispetto a me stessa, per scontare io quella punizione che non ho il potere di infliggere a un altro.
Ma nessuno verrà a tendermi una mano, a dirmi che è un peccato se getto tutto via. Sono grande ormai e i grandi prendono da soli le proprie decisioni e da soli sbagliano, da soli si rialzano, se possono.

Ho una lezione da imparare ma non so mica se sono capace. Devo mettere in un angolo l'ego, apprendere da capo a fare quello che amo solo per me stessa. Devo rimandare indietro il mondo senza dispiacermene, fare io un passo indietro, non aspettarmi niente di più del lavoro fatto in prima persona.
Non so se questa donna paziente sono io, se questa tessitrice silenziosa mi somiglia. Probabilmente no, ma non ho altra scelta.

lunedì 6 agosto 2012

l'autarchica

Spesso le sembrava di conoscerli tutti, uno per uno, di poterne saggiarne la consistenza in uno sguardo. Erano amici d'infanzia che nascondevano le mani dietro la schiena e arrossivano colti sul fatto, per poi sparire dietro la curva trascinando i piedi nella polvere.
La natura umana sempre uguale a se stessa, quella marea che onda su onda scava implacabile il solco delle vite e delle generazioni, la atterriva. Sotto quella coperta un uomo avrebbe potuto celare il proprio volto persino a se stesso, non mettersi mai nella condizione di dover scoprire davvero chi era.
Tutta questa tecnologia che doveva sovvertire il paradigma delle relazioni era solo il font più alla moda con cui riscrivere la stessa storia dagli albori del mondo. 
Continuare a raccontarla era raccogliere il testimone di chi era venuto prima, azzardare un passo dentro orme già tracciate. Il dialogo con il passato era l'unico possibile ma poi bisognava tacere e andare avanti. Le si addiceva il lavoro in silenzio, un tempo avrebbe creduto d'appassire alla sua ombra ma quei giorni erano stati spazzati via e non sarebbero tornati. Aveva addomesticato l'ambizione e s'era liberata di tutti quei vezzi che in società son detti demoni: maschere su volti vuoti, echi di risate su un baratro. Non aveva bisogno di trucchi. Non aveva bisogno di loro.
Aveva aperto le mani e l'acqua era scorsa limpida. Era stato semplice e i frutti piantati a fondo avrebbero germogliato nove volte tanto. Era questo il momento che potendo scegliere avrebbe deciso di vivere. Era questa la più dolce delle stagioni.

martedì 31 luglio 2012

viaggiatori



L'abbiamo attesa a lungo quest'estate che adesso ci premia, si allunga pigra al sole, non si decide a finire. Siamo partiti e non torneremo indietro, perché a viaggiare mi hai rinsegnato tu e io non credevo mica d'essere capace di nuovo. Andiamo avanti insieme sotto trapunte di cieli e acqua salina, sopra motorini riciclati, all'ombra dolce della bouganville, nel tocco poroso delle lenzuola di lino.
Siamo tornati e già riempiamo i borsoni in attesa di poter imballare tutto.
Stiamo per partire e già leggiamo negli occhi dell'altro tutta la gioia che può contenere un cuore, quando sanguina.
La comunione arriva con le paure, con la leggerezza di una carezza dietro la nuca, nel respiro pastoso della notte. Resto a guardarti dormire alla luce dei lampioni e non mi sei mai sembrato così reale.
La tua esistenza è un assioma che non è necessario provare, è la fede in cui credevo ancora prima di conoscerti.
La tua presenza è un segno alla base del collo, è un colpo di pedale sulla bicicletta carica di spesa, una fragranza sospesa dietro il cuscino.
Siamo partiti e partiremo ancora. La vita è l'unico viaggio possibile e l'abbiamo iniziato insieme.

domenica 1 luglio 2012

365



 Vorrei che fossimo farfalle 
e vivessimo appena tre giorni d'estate.
 Tre giorni così con te li colmerei di tali delizie 
che cinquant'anni di vita comune
 non basterebbero a contenerle tutte. 
 John Keats 

I muri vanno giù, uno dopo l'altro. Le resistenze colano lente dagli occhi. Barriere si staccano, toccano il suolo, lasciano respirare la pelle.
E respiriamo, io e te, fronte contro fronte perché siamo testardi e orgogliosi, anche se non conosco sollievo maggiore che piangere tra le tue braccia, mentre mi carezzi i capelli.
Siamo rimasti bambini, ecco spiegata l'ostinazione e la rabbia se le cose non vanno come vorremmo. Siamo bambini selvatici e a volte tiriamo fuori le unghie se qualcosa ci spaventa, ma abbiamo solo bisogno che l'altro ci tocchi le mani, ci tenga stretti, ci sussurri che andrà tutto bene, non c'è niente ad attenderci nel buio.
Siamo piccoli e ci meravigliamo che si possa provare tutto questo dolore a distanza, che si possa palpitare all'unisono con quella terra in mezzo che ci divide. E ritrovarsi come se fosse sempre la prima volta.
Siamo una famiglia e nessuno ci aveva detto come funziona, quanta gioia e paura servono a fare uno di due.
Le membrane stanno cadendo, una dopo l'altra. Non resta niente a dividerci e non siamo mai stati così nudi, così scorticati e fragili. Così leggeri.
Ti porterò al mare e cucinerò per te tutti i piatti di pesce che non esistono. Guardaremo svanire sulla superficie dell'acqua tutto quello che ci siamo lasciati indietro quest'anno - con l'alba aspetteremo insieme tutto quello che deve ancora arrivare.

I tre giorni si sono moltiplicati, come riso sulla scacchiera e adesso non se ne vede la fine.

lunedì 25 giugno 2012

estate



Il senso del ridicolo scarseggia. Avete così tanto bisogno di raccontarvi, di incoronarvi essere unici e speciali, vi sentite piccole Amèlie fragili e forti, tenere anime pure che scoprono l'universo ma siete solo il corrispettivo snob di chi ascolta Vasco Rossi. Vi disprezzo profondamente ma mi fate ridere tantissimo e quando diventate patetici mi spiace anche un pochino, per le mamme e le nonne che v'hanno cresciuto e gli insegnanti che vi correggevano le doppie e i congiuntivi e tutti quei meschini che per un motivo o l'altro si ritrovano sotto di voi. Che spreco di tempo.
Vi ci rimanderei a calci nei denti nei campi, ma forse non li meritate.

D'estate l'emicrania mi devasta. L'umanità fa schifo come in ogni altra stagione.
Per esempio, mi sono rotta delle crociate contro gli uomini in sandali, delle dissertazioni sulla depilazione migliore, delle banalità sulle relazioni scritte da gente palesemente sola e infelice da una vita. Buttatevi in spiaggia col primo straccio che trovate in casa, scopate di più e non rompete i coglioni.
Deve ancora sorgere il sole sul giorno in cui mi interesserò di come si vestono gli uomini.

D'estate sembro sempre più incazzata di quello che sono ma è solo l'emicrania. La città mi appesantisce le mani, mi tira giù le palpebre.
Chiudo gli occhi e respiro il mare che posso.
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